Into the wild
Pubblicato da Markus su 18 Aprile 2008
Immenso, profondo, spettacolare ed emozionante. Questo è in quattro parole Into the wild scritto e diretto da Sean Penn. Così spettacolare da essere valorizzato anche dai nostri cinema, così emozionante da poter durare anche il doppio dei suoi 150 minuti, racconta la scelta di un ragazzo, di famiglia agiata e brillante neolaureato in politica internazionale, che vuole emanciparsi dalle false sicurezze del materialismo di una società fatta di cattiveria, giudizi, controllo. Lontano dalle falsità del consumismo e dalla modernità decide di cercare la verità, immerso nella natura incontaminata dell’Alaska.
Altruista e vulnerabile egocentrico che dialoga allo specchio, la sua è sia una prova interiore che ricerca di bellezza e libertà in qualità di “estremista e viaggiatore esteta” ribattezzatosi “supertramp”.
«La fragilità del cristallo non è una debolezza ma una raffinatezza» (Christopher McCandless)

Diviso in 5 capitoli e raccontato dalla voce over della sorella, è la storia vera di Christopher McCandless, ragazzo degli anni ‘90, saturo della civiltà dei consumi e del benessere, che comincia un percorso attraverso la solitudine e l’isolamento, in cui il rifiuto dei simboli del benessere diventa la ricerca dello sporco e della fatica, del sudore e della scomodità, dell’ossessione acuta per un modo di vita e pensiero che, con un violento colpo di spugna, cancelli la civilizzazione e i suoi danni. A lato, discretamente, si snocciola il ritratto di una famiglia il cui crollo delle certezze è il crollo delle basi di un mondo.
Penn rischia, punta molto in alto, sfida anche il ridicolo nella sua radicalità, ma non dimentica mai la purezza con cui guarda al cosmo, con cui vive il cinema, con cui riflette sul mondo.
Un western contemporaneo, l’unico possibile al di là degli omaggi e dei remake, in cui l’unica frontiera è quella interiore, dove la natura non ha bisogno di ribellarsi perché nessuno può schiavizzarla: e per rendere così toccante e totale un film del genere, gli attori devono essere straordinari. Non solo lo sono, ma smettono anche di essere attori ed Emile Hirsch, Hal Holbrook, Brian Derker e Catherine Keener diventano semplicemente l’essenza del racconto e della natura.
Questa è l’America che mi piace. Voto 9. Assolutamente consigliato.































missfeelgood detto
Pienamente d’accordo.
FIlm meraviglioso, fotografia spettacolare!
mf.