La Cina e Pechino, alla storia il verdetto
Pubblicato da Markus su 24 Agosto 2008
Proprio oggi è terminata la XXIX edizione delle Olimpiadi. Di queste due settimane di sport rimarranno – probabilmente – nei nostri occhi le medaglie italiane (come il terzo oro della Vezzali o le gioie e deluzione della Pellegrini), i record fuori di testa (come la scarpa slacciata di Bolt o le otto medaglie d’oro di Phelps). Le polemiche spariranno (come la detassazione dei premi). Rimaranno però le immagine maestose delle cerimonie, degli impianti (il Watercube, solo per citarne uno) e dell’organizzazione impeccabile che la Cina ha saputo compiere. Non resteranno – con tutta probabilità – il ricordo delle manifestazioni represse. Il mondo – e la Cina per prima – le ha ben censurate, tenute alla lontana degli obiettivi. Ma cosa resterà, finite queste olimpiadi, di tutto questo movimento e attivismo pro-tibet?
Ho provato a domandarmi come mai il mondo si sia interessato così tanto al Tibet, come se fosse l’unico problema della Republica Popolare Cinese. Come se la violazione dei diritti umani, il controllo delle nascite, la mancanza delle più elementari libertà e mille altre questioni fossero problemi estranei alla Cina.
Sappiamo che le Olimpiadi sono tutto tranne che sport. Sono organizzate secondo rigidi calcoli economici e politici. La Cina era lo stesso paese che è oggi, solo era più povero. Queste olimpiadi la lancerà definitivamente tra le potenze economiche mondiali, con un potenzionale ben superiore a quello degli Stati Uniti. La storia ce lo insegna, i diritti umani vengono dopo. Invece di boicottare le olimpiadi pechinesi credo sia giusto auspiacre che siano da traino – come già è avvenuto in passato – anche in questo campo. Le rivoluzioni, le giuste rivoluzioni, non si fanno in un giorno. Ne in un mese, ne in quattro anni. Se Beijing 2008 sia stato un successo umano – oltre che sportivo, economico e politico – ne riparleremo tra vent’anni.






























