Milk
Non è il capolavoro descritto da molti, ma un film politico prima che biografico su una delle più grandi icone dimenticate della lotta per i diritti ai gay. Milk, diretto da Gus van Sant, con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin e James Franco, combina una sceneggiatura scorrevole e ben strutturata ad una regia tanto frammentaria quanto geniale. Candidato a otto premi Oscar, tra cui la meravigliosa performane di Sean Penn che in questo film raggiunge il momento più elevato della sua carriera.
Harvey Milk abita a New York quando compie 40 anni. Convinto di dover dare un senso diverso alla sua vita, decide di trasferirsi col suo compagno Scott Smith a San Francisco, dove insieme aprono un piccolo negozio di fotografia, il Castro Camera, nel cuore di un quartiere popolare che sarebbe presto diventato un punto di riferimento per tutti gli omosessuali d’America. Sostenuto dalla sua adorata comunità di Castro, e da tutta la città, Milk sorprende Scott e se stesso diventando un militante e promotore del cambiamento. Chiede pari diritti e opportunità per tutti, e il grande amore che prova per la città e per la sua gente gli fa guadagnare le simpatie di giovani e aziani, omosessuali e eterosessuali – in un periodo in cui il pregiudizio e la violenza contro i gay sono apertamente accettati e considerati la norma. Con il fondamentale sostegno di Scott e dei nuovi amici e volontari, Milk si getta a capofitto nelle incerte acque della politica. Nel 1977 è eletto supervisor (l’equivalente di un consigliere comunale) a San Francisco, divenendo il primo omosessuale dichiarato ad avere accesso a una importante carica pubblica in America. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. Con la sua morte, avvenuta nel 1978 per mano del supervisor dimissionario Dan White, è diventato un eroe per tutti gli americani.
Gus Van Sant – che sceglie una regia più classica ma rimane pur sempre magistrale – mette Harvey Milk davanti a tutto: che lo si conosca, che si comprenda ancor oggi quanto sia stato importante per la parità di diritti, che il suo nome continui a circolare come esempio di coraggio anche nelle nuove generazioni. La passione con cui il regista si è approcciato al progetto è riscontrabile proprio nella sua volontà di diventare invisibile, di
mettere in luce gli aspetti migliori della vita del politico, facendo sì che la macchina da presa riprenda l’intimità del suo protagonista trovando il giusto equilibrio tra pudore e onestà.
Il film, pur godendo di una sostanziale fluida narratività, è caratterizzato da una messa in scena frammentaria. Solo nell’ultima parte il film si cristallizza in una forma più classicheggiante, in cui i richiami del biopic di natura celebrativa si fanno sentire con una certa forza. E se da una parte l’effetto è per certi versi rassicurante, dall’altra contribuisce ancor di più a richiamare quella apparente disorganicità tanto cara a Gus van Sant. Il filo rosso che lega le perle del regista è questa volta la carnalità garbatamente esibita di uno sensazionale Sean Penn che forse non basta a togliere quel retrogusto di approssimatività che emerge in maniera decisa nelle prime battute del film per poi stemperarsi gradualmente.
Fa rabbia vedere come le posizioni contro le quali Harvey Milk lottava trent’anni fa sono spesso le stesse contro cui non solo i gay ma le persone intelligenti di tutti gli orientamenti sono costretti ad ascoltare ancora oggi. Ma né il film né il suo protagonista si piangono mai addosso, pur consapevoli entrambi del peso della responsabilità che portano addosso e, in un caso, del destino tragico che l’aspettava. Sono fieri ed orgogliosi, festosi e vitali. Una vitalità che rimane viva e pulsante anche quando si accendono le luci, e si è costretti ad asciugare qualche lacrima dagli occhi.
Voto 8, non un capolavoro ma di certo un gran bel film da vedere assolutamente.



mi hai convinta! lo guarderò! mi aveva già affascinata dal trailer!