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Archivio per febbraio 2010

I candidati a Governatore della Regione Lombardia

28 febbraio 2010 6 commenti

Oggi si sono chiusi i termini per presentare le liste per le elezioni regionali 2010. In Lombardia abbiamo sei candidati alla presidenza, a sfidare il Governatore uscente Roberto Formigoni. In tutto 13 liste per sette candidati. Ecco i nomi:

  • Roberto Formigoni, Governatore uscente in corsa per il suo quarto mandato. Ha il sostegno del Popolo della Libertà e Lega Nord;
  • Filippo Penati, ex Presidente della Provincia di Milano, raccoglie il sostegno di ben sei liste: Partito Democratico, Italia dei Valori, Sinistra ecologia e libertà, Verdi, Partito Socialista e Partito Pensionati;
  • Savino Pezzotta, ex segretario della Cisl, candidato dell’UDC;
  • Marco Cappato, consigliere regionale, candidato della Lista Bonino-Pannella;
  • Vittorio Agnoletto, candidato per la Federazione della Sinistra;
  • Gianmario Invernizzi, candidato per Forza Nuova;
  • Vito Crimi, candidato per Lombardia a 5 Stelle-Beppe Grillo;

La battaglia non sarà feroce e il nome del vincitore, purtroppo, lo si conosce già. Interessante sarà vedere il successo di Pezzotta, che faticherà a trovare i consensi dei cattolici già monopolizzati da Comunione e Liberazione, e del movimento di Grillo, che potrebbe anche riuscire a eleggere un proprio consigliere. Sfida aperta invece per il titolo di primo partito regionale tra Pdl e Lega, con gli azzurri favoriti a livello lombardo ma i leghisti probabili trionfatori a sorpresa in diverse province.


Aggiornamento! (1 marzo 2010) – La lista Bonino-Pannella non ha raggiunto la quota minima di firme richieste e quindi non presenterà ne la propria lista ne il proprio candidato (Marco Cappato).

Aah la Lega Nord… che bel partito…

17 febbraio 2010 1 commento

Aah la Lega Nord, che bel partito … vicino agli interessi del popolo della sua terra, lontano dai giochi di palazzo di Roma Ladrona… e non perde occasione per ricordarlo a tutte le malelingue. Già a Brescia lo scorso anno era stato scelto il candidato Presidente della Provincia a Roma: senza neppure sentire il parere della segreteria provinciale, Bossi e Berlusconi si erano accordati su Molgora presidente, tagliando le gambe a tutti coloro che nei 10 anni precedenti avevano lavorato nella giunta Cavalli (sempre PdL-Lega) e che parevano più meritevoli. Anche quest’anno, in occasione delle regionali, la Lega aveva mantenuto il proprio ruolo di partito-fuori-dagli-schemi-della-politica-di-palazzo, pretendendo due regioni e chiedendo addirittura il siluramento di Galan, dopo 15 anni alla guida della regione veneta.

E naturalmente, ancora a Brescia, la Lega Nord del popolo ha voluto rimarcare la propria estraneità ai giochi di palazzo, candidando… Renzo Bossi, la trota reggente, dalle doti sopraffine (tale da essere bocciato tre volte all’esame di maturità) e dalla gavetta estenuante (posto nel vecchio CdA per l’Expo di Milano con compenso da 12.000 Euro al mese). Una candidatura accolta a denti stretti dalla base bresciana, che altro non ha potuto se non accettare le decisioni prese a Roma, tutto in casa Bossi. Corsia preferenziale a cui ha fatto seguito la creazione della lista a misura d’uomo, o meglio: a misura di Renzo. Esclusi eccellenti sono il consigliere uscente Enio Moretti, l’ex favorito Guido Bonomelli, il consigliere provinciale Roberto Bertelli, il segretario cittadino Stefano Borghesi e la vicesindaco di Salò Stefania Zambelli. Tutti dati per certi alla vigilia dell’annuncio della candidatura della trota. Tutte personalità che avrebbero potuto, se non mettere in ombra il figlio del capoccia, almeno competere. Ma la Lega – del tutto estranea ai giochi di palazzo, riordiamolo – ha creato una lista di amministratori locali, sconosciuti ai più, in grado di prendere voti nella propria zona ma totalmente disarmati per competere con Renzo Bossi. Questo era l’ordine della scuderia romana padana: rendere facile l’ingresso al Pirellone sull’onda di un mezzo plebiscito, così magari da rendere ovvia anche una sua nomina ad assessore (magari all’istruzione?).

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L’Idv a sostegno di De Luca: errore clamoroso

7 febbraio 2010 3 commenti

La questione morale, forse, non paga più? Per quale motivo l’Italia dei Valori e il suo leader Antonio Di Pietro decidono – improvvisamente – di invertire la rotta e sostenere il candidato del PD in Campania Vincenzo De Luca? Per quale motivo l’uomo con due rinvii a giudizio per associazione a delinquere, concussione, falso e truffa, candidato nella terra di Bassolino e Mastella contro l’uomo PDL di Cosentino – su cui pende un mandato d’arresto per camorra – da essere ritenuto (più che giustamente) impresentabile ed insostenibile, ora è ritenuto un buon candidato di tutta la coalizione di centrosinistra?

Non condivido l’impostazione data dall’IdV alla questione e delle due opzioni realmente disponibili (cioè sostenere De Luca oppure non presentarsi, non avendo trovato un proprio candidato) è stata scelta la peggiore, quella che ha portato Di Pietro ad uno dei suoi più clamorosi errori. Una retromarcia non condivisibile ed un’assoluzione del candidato PD (accolto con un’ovazione al congresso) che lasciano l’amaro in bocca. Con modalità che cercano di risolvere il tutto in mezza giornata, senza dibattito e con la svogliatezza di mostrare che lo si fa ingoiando il rospo. Pur con le proprie conseguenze, l’Italia dei Valori avrebbe dovuto decidere di non presentare la propria lista in Campania, anche se questo significhi quasi certamente la vittoria del centrodestra.

Da leggere:
- E pensarci prima? di Marco Travaglio
da Il Fatto, 7 Febbraio 2010 
- De Luca, l’Idv e l’acclamazione barzelletta
di Peter Gomez, da Il Fatto, 7 Febbraio 2010
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Pirati di ipocrisia

3 febbraio 2010 Lascia un commento

Ipocrisia. Appena qualcuno, nell’Italia bigotta e schifosamente ipocrita, trova il coraggio di parlare di un particolare aspetto nascosto della propria vita, ecco le schiere di perbenisti interessati ed ipocriti di mestiere alzare gli scudi, nascondendosi dietro il finto imbarazzo. E’ quello successo oggi dopo l’anticipazione di un intervista a Morgan, in cui ha raccontato di fare uso di cocaina come antidepressivo: «Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. Lo uso come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene. E Freud la prescriveva. Io la fumo in basi perché non ho voglia di tirare su l’intonaco dalle narici. Me ne faccio di meno, ma almeno è pura».

Apriti cielo, subito l’esercito perbenista ha schierato i suoi migliori elementi: «dichiarazioni deliranti» (Mauro Mazza, direttore di RaiUno), «l’ennesimo cattivo maestro» (Giorgia Meloni, ministro della Gioventù), «questo signore condanna a morte giovani ingenui e sprovveduti» (Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) fino a chiedere che la RAI revochi «qualsiasi contratto di collaborazione tra Morgan e la televisione pubblica» (Luigi Bobba, PD): non una parola quando era uno di loro a tirare di cocaina per divertirsi con i transessuali. Dichiarazioni ipocrite, di persone che forse non hanno neppure letto l’intervista per davvero (o almeno l’estratto), che fanno finta di non sapere che l’uso di droghe è prassi comune tanto nel Parlamento quanto nel mondo dello spettacolo, che non ha mai rappresentato un modello che non fosse quello della trasgressione. Quanti capolavori del rock sono nati dalle menti drogate (e poi divenuti miti) negli ultimi trent’anni? L’importante è non parlarne. Non fare come Morgan, che ha avuto il coraggio della verità, di mettere in luce un fenomeno diffuso. Morgan sbaglia sull’uso della cocaina, ma ha confessato a cuore aperto un sua debolezza.

Avrebbe dovuto essere stato ascoltato. Invece è stato utilizzato come l’ennesimo trionfo dell’ipocrisia.

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Sul legittimo impedimento e i problemi (veri) del paese

2 febbraio 2010 3 commenti

Sia oggi che domani la Camera dei Deputati è impegnata nell’ennesimo siparietto della legislatura: il bene comune a mascheramento del solito interesse personale ed esclusivo di Berlusconi. La norma per cercare (ancora una volta) di salvare il Premier dalle grinfie dei Plotoni Comunisti d’Esecuzione è il legittimo impedimento, una furbata all’italiana, che aggrappandosi con le unghie alla solita solfa è-stato-eletto-dal-popolo-ed-è-espressione-della-volontà-popolare permette a Presidenti della Repubblica, del Senato, della Camera e del Consiglio, Ministri, Deputati e Senatori (in altre parole: la casta politica) di saltare a piacimento le udienze in processi a loro carico, per una durata di sei mesi. Un congelamento di fatto, che permette ai soliti noti di non essere processati.

Un Parlamento bloccato – ben due giorni per approvarlo – per assicurare a Berlusconi l’impunità. In un paese normale (quale non è il nostro) un politico accusato di un reato, se innocente, farebbe il possibile per essere processato (e quindi assolto) nel più breve tempo possibile, confrontandosi senza paura nei tribunali e mostrando senza dubbi la propria innocenza. In un paese normale, succederebbe questo. In Italia, dove la prima Repubblica è affogata nelle tangenti e la seconda è nata dal sangue delle stragi mafiose, si approva l’ennesima leggina, l’ennesima gabola, l’ennesimo imbroglio.

Il tutto mentre fuori manifestavano gli operai dell’Alcoa, mentre la crisi è tutt’altro che passata, mentre la disoccupazione aumenta. Mentre i problemi reali del paese sono accodati dietro la solita prioritaria legge ad uso e consumo di Berlusconi.

Consigliati:
- Legittimo impedimento, è battaglia alla Camera
dal Corriere della Sera, 2 Febbraio 2010
- L’impunità assoluta
di Giuseppe D’Avanzo, La Repubblica, 02/02/2010

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